Alessandro De Filippo: “Un film al giorno. Da lì, non ho mai smesso di studiare il cinema”

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Alessandro De Filippo Intervista

Il cinema non è una carriera. È un linguaggio da studiare e un ambito in cui mettersi in gioco, senza paura. Alessandro De Filippo Intervista

Così racconta questo meraviglioso mondo Alessandro De Filippo, docente di cinema, fotografia e televisione presso l’Università degli Studi di Catania. Alessandro De Filippo Intervista

Dalle sue parole emerge un profilo professionale poliedrico, che lo rende sempre pronto a nuove sfide e nuovi progetti. Tanti quelli realizzati con e per l’Ateneo di Catania e poi proposti agli studenti. Diversi gli aspetti del cinema – e della realtà – scandagliati, con uno sguardo sempre attento e curioso. Alessandro De Filippo Intervista

Noi di Cinemondium.com gli abbiamo fatto qualche domanda, per conoscerlo meglio e per farci raccontare il suo lavoro.

L’intervista

Professore De Filippo, ci parli un po’ di lei. Quando si è reso conto della sua passione per il cinema e quali sono stati i primi passi in tale ambito?

Nel 1986, avevo 15 anni, e mio padre acquistò per la famiglia il primo videoregistratore VHS. Era possibile vedere e rivedere i film registrati dalla tv, ma prima di tutto era possibile noleggiare le videocassette presso Casablanca, la prima videoteca di Ragusa. Tutti i classici del cinema e molti degli autori controversi di quegli anni diventavano accessibili anche in una piccola città di provincia. La biblioteca, così come la videoteca, diventavano luoghi di aggregazione, dov’era possibile discutere di ciò che si era appena conosciuto e di ciò che si imparava entusiasticamente, furiosamente, ad amare. Intorno a Casablanca, per esempio, si è formato quel gruppo di famelici spettatori che costituirà poi Fitzcarraldo, il primo cineclub ragusano. Persone splendide come Raffaella Spadola e Livia Antoci, che hanno dato vita a un movimento culturale che dura ancora, inarrestabile come un caterpillar.

Il formato VHS, oggi tanto bistrattato e ridicolizzato, mi ha permesso di godere dell’intera filmografia di Stanley Kubrick e di Pier Paolo Pasolini, di Pedro Almodovar e David Lynch. Già da allora vagolavo insicuro e oscillante tra le regole del cinema perfetto e le trasgressioni degli irregolari, dei poeti, degli eversivi, dei visionari. Da lì in poi, non ho mai smesso di studiare il cinema. Una sola regola, qualsiasi cosa capitasse, un film al giorno. Corto o lungo, a soggetto o documentario, un film al giorno, disciplinatamente. E se un giorno saltava, il giorno dopo recuperavo con due. Finché sono arrivati i festival, quelle meravigliose scorpacciate da 45 film a settimana, ma questo è avvenuto molto dopo, nel 1991, a TaoCinema, infiltrato grazie al pass di un collega universitario e amico giornalista. E poi Venezia, Torino, Pesaro, Berlino e Oberhausen, Lubiana, Parigi, Tokyo, New York.

Cosa vuol dire insegnare il cinema ai giovani e quali strumenti, secondo lei, sono necessari per comprendere appieno quel mondo straordinario che sta dietro la macchina da presa?

Insegnare cinema vuol dire prima di tutto condividere una proposta culturale. Non c’è il cinema, come monolite squadrato e perfetto. Ci sono i rivoli del cinema che mi piace, che mi interessa, che mi entusiasma e mi emoziona. Quello condivido con gli studenti. Talvolta è un cinema sconosciuto, cosiddetto minore, altre volte può essere la sequenza di un classico. Le mie lezioni sono onnivore, parto dalla tecnica della rappresentazione, per arrivare a spiegare le scelte estetiche di un regista, la poetica propria di un autore. Non ho problemi ad affiancare il piano sequenza di Touch of Evil di Orson Wells al tempo reale in video di Anna di Alberto Grifi. E credo che in aula nessuno si scandalizzi degli accostamenti talvolta anche audaci. Il cinema è cinema, con il suo linguaggio specifico, con la sua grammatica e la sua sintassi. Nulla deve essere venerato in maniera cultuale, nulla deve essere sottovalutato o tralasciato.

Quali progetti sta portando avanti al momento e quale tra questi le sta particolarmente a cuore?

Di nuovo, c’è una sperimentazione a cui ho partecipato per l’Ateneo di Catania, realizzando un MOOC in 24 puntate, acronimo che sta per Massive Open Online Course. Insieme a ZammùTv, la WebTv dell’Università di Catania, ho scritto e girato un intero corso di 3 CFU di Tecniche della rappresentazione audiovisiva. Quasi 6 ore di lezioni, con decine e decine di esempi in video, commentati e spiegati per una fruizione sulla Rete. L’Università di Catania ha aderito a una piattaforma che si chiama Eduopen e che riunisce 15 Atenei italiani. Le lezioni saranno disponibili anche su You Tube su www.zammumultimedia.it, che è il canale culturale della nostra Università. Abbiamo lavorato per 3 mesi, ma ritengo che sia un progetto davvero interessante e che apre la strada a sviluppi futuri. L’affiancamento dei video ai libri, in un Settore Scientifico Disciplinare come quello di cui faccio parte, Cinema Fotografia Televisione, è fondamentale. I video funzionano un po’ come gli appunti presi a lezione, non si sostituiscono ovviamente ai libri, ma li integrano.

Da quest’anno, tengo anche un corso di Televisione e linguaggi multimediali, per la Magistrale di Comunicazione della cultura e dello spettacolo. È stato un ciclo di lezioni densissimo, in cui ho studiato molto anche io, concentrando l’attenzione sulle serie televisive e le web series. Il centro di interesse per me è il funzionamento della narrazione audiovisiva. Gli studenti hanno dato un apporto estremamente valido alle lezioni. Ed è entusiasmante quando la didattica confluisce nella ricerca. Già è più naturale pensare al flusso contrario, ma quando c’è uno scambio biunivoco tra ricerca e didattica, si mette a frutto ogni singola lezione. Alessandro De Filippo Intervista

Qual è, dal suo punto di vista, il futuro del cinema? Sarà sopraffatto dalle nuove tecnologie o progredirà in simbiosi con esse?

Il cinema si sta già ripensando. C’è un saggio luminoso che è uscito lo scorso anno, scritto da Francesco Casetti e intitolato La galassia Lumière. Spiega come il cinema debba rinnovarsi e trovare una sua dimensione anche attraverso le nuove modalità di fruizione, che vanno oltre la sala cinematografica. Agli schermi bianchi, riflettenti, si sono progressivamente sostituiti i display neri, che emanano luci e colori. Sono sempre piccoli gli schermi e così le proiezioni diventano private, individuali, intime. Eppure il cinema sopravvive, il momento dello scambio collettivo di idee prende altre forme, magari quelle dei Social Network, la critica trova altre strade e formule, si rinnova anch’essa.

È cinema, nonostante tutti i cambiamenti impetuosi. Bisogna parlare con le nuove generazioni, che non hanno mai seguito una rassegna, né un cineforum, che non guardano i film in televisione, ma che fanno tutto attraverso un laptop, un tablet o uno smartphone. Tutto è rapido, incrociato, ibridato, meticciato, ma mantiene intatti quei modelli di narrazione audiovisiva che lo rendono ontologicamente cinema, come quello di Rossellini o di Ejzenstejn, di Antonioni o dei fratelli Dardenne.

Quale consiglio si sente di dare a tutti i giovani che sognano una carriera nel mondo del cinema?

Che il cinema non è una carriera. È un linguaggio. Bisogna studiare con pazienza e dedizione, occorre essere disciplinati. E Bisogna mettersi alla prova, senza paura di nulla, senza rispetto per nessuno. Perché se uno ha qualcosa da dire, deve dirlo in qualunque modo, con qualunque mezzo, sia esso il cinema, il video, la fotografia o la letteratura. Ma prima occorre conoscere le regole del medium che si sta utilizzando, perché non ci si improvvisa. Mai.

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